Δευτέρα, 30 Νοεμβρίου 2015

Che cos’è la teoria/ideologia del gender? Che cosa significa genere? Che cosa sono gli studi di genere?



 Il sesso è sempre stato un tema caldo. Ma ciò di cui sono stato invitato a discutere questa sera, il rapporto tra sesso e genere, è oggi un tema incandescente, che non
soltanto in Veneto ma in tutta Italia e non soltanto in Italia sta suscitando un acceso
dibattito, o meglio un infuocato conflitto. Ad esempio, come tutti ben sapete, circa due
settimane fa il sindaco di questa città ha negato l’autorizzazione a ospitare in una sala
comunale la presentazione dell’ultimo libro di Michela Marzano, intitolato Mamma, Papà e
gender. È quindi curioso che questa sera di genere parleremo invece in questa sede.
Proprio perché ci troviamo in questa sede, mi pare onesto precisare da subito che il mio
intento, in questo clima rovente, non potrà essere quello di raffreddare gli animi. Quello in
atto non è infatti una disputa teorica: come ha dimostrato il sindaco Bitonci, si tratta di un
conflitto politico – e di fronte a un conflitto politico la neutralità è forse possibile, ma
l’oggettività non lo è. In questo caso, poi, a me non è possibile neppure la neutralità,
perché la campagna in atto contro la teoria del gender investe direttamente la mia attività
accademica, colpendo quelle teorie femministe, quegli studi di genere e quelle teorie
queer che costituiscono i miei ambiti di ricerca. Anche se lo volessi, e non lo voglio, non
potrei quindi restare neutrale in questo conflitto. Posso però mettere a vostro servizio le
mie competenze e cercare di fare un po’ di chiarezza sulle posizioni in campo e le poste in
gioco. Per fare questo, cercherò di rispondere in modo semplice a tre domande: Che cos’è
la teoria/ideologia del gender? Che cosa significa genere? Che cosa sono gli studi di
genere?

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1. Che cos’è la teoria/ideologia del gender?  A questa domanda si può rispondere in due modi differenti. La prima risposta è
“niente”. Autorevoli associazioni di docenti universitari in Italia, come la Società italiana
delle storiche, l’Associazione Italiana di Psicologia, l’Associazione Italiana di Sociologia
hanno diffuso documenti in cui affermano che la teoria del gender non esiste. Dello stesso
avviso sono celebri intellettuali come la già citata filosofa Michela Marzano e la sociologa
Chiara Saraceno. Quindi la prima risposta è “niente: la teoria del gender non esiste”.
Ma com’è possibile che qualcosa che non esiste stia creando un conflitto tanto
acceso? Per capirlo è necessario dare un’altra risposta: la teoria del gender, o ideologia
del gender, è un dispositivo retorico elaborato dalla Chiesa cattolica per mobilitare
movimenti conservatori e tradizionalisti contro le conquiste del femminismo e contro
l’avanzata dei diritti delle minoranze sessuali. In Italia gli obiettivi della campagna contro il
gender sono in particolare il disegno di legge Scalfarotto contro l’omofobia e la transfobia,
il disegno di legge Cirinnà sulle unioni civili per lesbiche e gay, e gli interventi di
educazione antidiscriminatoria nelle scuole. Mi rendo conto di aver fatto una affermazione
piuttosto “forte” sostenendo sostanzialmente che la teoria/ideologia del gender è
un’invenzione della Chiesa Cattolica: cercherò ora di giustificare questa affermazione,
attraverso una breve storia del termine e della sua circolazione.


Questa storia inizia una ventina di anni fa. Nel 1995, mentre ancora era papa
Giovanni Paolo II, l’ONU organizzò a Pechino una importanze conferenza mondiale sulle
donne, e nei documenti finali della conferenza comparve il termine “genere”, in inglese
“gender”. La reazione della santa Sede fu immediata: fu emesso un comunicato per
sottolineare la problematicità di quel termine per la dottrina cattolica, e iniziò un dibattito interno alla Chiesa e alle università cattoliche1 che si concluse con la pubblicazione, nel
2003 – sempre sotto il pontificato di Wojtyla – di un grosso volume curato dal Pontificio                                                 1 Un testo chiave di questo periodo è The Gender Agenda. Redefining Equality di Dale O’Leary (1997).

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Consiglio per la Famiglia, intitolato Lexicon: Termini ambigui e discussi su famiglia, vita e
questioni etiche. È appunto in questo volume che il lemma “teoria del gender” fa la sua comparsa ufficiale, accompagnato subito da un netta condanna2. Dopo la pubblicazione
del Lexicon, per una decina d’anni il termine ha avuto una circolazione limitata alla
pubblicistica cattolica. Fino a quando a utilizzarla è stato papa Benedetto XVI, nel discorso
prenatalizio alla Curia romana del 21 dicembre 2012, con l’evidente intento di contrastare
il disegno di legge francese sul matrimonio omosessuale che sarebbe stato poi approvato
nell’aprile 2013. È esattamente da questo momento che l’espressione “teoria del gender”
è diventata lo strumento di mobilitazione politica che oggi conosciamo. Dopo Benedetto
XVI, negli ultimi anni contro la teoria/ideologia del gender sono intervenuti ripetutamente
sia il cardinal Bagnasco, sia papa Francesco che congiuntamente hanno allargato lo
spettro della campagna contro il gender: dalle leggi sui matrimoni omosessuali
all’educazione antidiscriminatoria nelle scuole, che tanto Bagnasco quanto Bergoglio hanno paragonato a campi di rieducazione totalitaria3. L’espressione “ideologia del
gender” compare infine anche nella relatio finalis del sinodo della famiglia da poco
terminato.
So che in agosto la Diocesi di Padova ha diffuso un comunicato che tentava di
smorzare i toni della polemica. Vorrei però sottolineare che le conferenze, i convegni, le
veglie di preghiera, le manifestazioni che negli ultimi anni sono stati organizzati in Italia

                                                2 Il Lexicon contiene le voci Genere (Gender) di Jutta Burggraf e Ideologia di genere: pericoli e portata di Oscar Alzamora Revoredo. 3 Nel dicembre 2012 Benedetto XVI aveva affermato che con “il lemma gender” l’uomo contesta la dualità di maschio e femmina come dato della creazione, e quindi contesta non solo il carattere naturale del matrimonio, ma la creazione stessa, negando Dio e pretendendo di farsi da sé. Nel marzo 2013 il cardinale Bagnasco ha sostenuto che “la teoria del gender edifica un transumano in cui l’uomo appare come un nomade privo di meta e a corto di identità”, che “costruisce delle persone fluide che pretendono che ogni loro desiderio si trasformi in bisogno, e quindi diventi diritto”, e ha invitato esplicitamente i genitori a “reagire perché a scuola non si imparino certe cose”. Sempre nel marzo 2013 Papa Francesco ha affermato che “la famiglia è sotto attacco”, e che “la teoria del gender è uno sbaglio della mente umana che fa tanta confusione”, mentre nell’aprile dello stesso anno che “la teoria del gender è l’esito della frustrazione del mondo moderno che non sa confrontarsi con la differenza tra l’uomo e la donna e tenta di cancellarla”. Tra marzo e aprile 2014, infine, sia Bagnasco sia Bergoglio hanno sostenuto che la teoria del gender ispira una manipolazione educativa paragonabile alla propaganda nazista, trasformando le scuole in campi di rieducazione”.


 4 La teoria del “gender” e l’origine dell’omosessualità.

contro la teoria del gender hanno risposto a una posizione ufficiale della Chiesa e a un
preciso appello delle autorità ecclesiastiche. Che tra l’altro non è rimasto inascoltato dalla
politica. L’atto censorio di Bitonci è solo l’esempio più recente: alcuni comuni italiani, tra
cui i comuni di Padova e di Verona, hanno votato delibere contro la teoria del gender e in
difesa della famiglia naturale. La regione Veneto ha istituito la giornata della famiglia
naturale. Il sindaco di Venezia ha disposto la confisca di alcuni libri dalle biblioteche degli
asili nido e forse farà lo stesso il sindaco di Arezzo… Inoltre, il disegno di legge Scalfarotto
contro l’omotransfobia approvato dalla Camera nel settembre 2013 non è mai stato
calendarizzato in Senato. E nell’aprile 2014 Il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e
della Ricerca ha ritirato la distribuzione degli opuscoli Educare alla diversità a scuola che
avrebbero dovuto essere distribuiti a dirigenti scolastici e insegnanti. Infine, non si sa che
fine farà il disegno di legge sul riconoscimento delle coppie omosessuali, ma si sa che nel
disegno di legge Cirinnà le coppie omosessuali già sono state derubricate dallo status di
famiglie a quello di “formazioni sociali specifiche”. La strategia della Chiesa insomma in
Italia ha riportato fino ad ora importanti vittorie, e di conseguenza  il nostro paese resta il
fanalino di coda dell’Europa dei diritti.
Ma che cosa è, dunque, per la Chiesa, questa pericolosa teoria/ideologia del
gender? Per spiegarvelo in modo sintetico riporterò la definizione che ne dà monsignor
Tony Anatrella, sacerdote e psicoterapeuta, che è uno degli autori del Lexicon, e che
viene spesso citato nelle conferenze che stanno facendo il giro dell’Italia. In un libro
pubblicato in Italiano nel 2012 dalle Edizioni Paoline, con prefazione del Cardinale Angelo Scola4, monsignor Anatrella sostiene che la teoria del gender è un’ideologia anticristiana
che dopo il crollo del muro di Berlino ha preso il posto del marxismo, ma che a differenza
del marxismo ha raggiunto una posizione egemonica nell’ONU e nell’Unione Europea.
Scopo di questa teoria/ideologia sarebbe di cancellare la differenza sessuale, di                                              
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distruggere la famiglia naturale, di dare alle donne potere assoluto sugli uomini, e poi di
diffondere l’omosessualità e la perversione sessuale presso i giovani attraverso
l’educazione. I toni della relatio finalis del sinodo sono forse diversi dalla veemenza di
Anatrella, ma non lo sono poi molto i contenuti: al paragrafo 8 si legge infatti che
l’ideologia del “gender” “nega la differenza e la reciprocità naturale di uomo e donna”,
“prospetta una società senza differenze di sesso e svuota la base antropologica della
famiglia”. Già Ratzinger nel 2012 aveva del resto affermato che con “il lemma gender”
l’uomo contesta la dualità di maschio e femmina come dato della creazione, e quindi
contesta non solo il carattere naturale del matrimonio, ma la creazione stessa, negando
Dio e pretendendo di farsi da sé.
Vedremo tra poco che cosa c’è di vero in questo. Ma per cominciare vorrei insistere
sulla valenza mistificante delle espressioni che vengono utilizzate: lemma gender, teoria
del gender, ideologia del gender, ideologia gender etc… Come affermano Marzano e
Saraceno, la teoria/ideologia del gender non esite al di fuori dell’uso che ne fa la Chiesa
cattolica. Esistono invece nelle università di tutto il mondo, e anche in Italia, degli studi di
genere, al plurale, che danno luogo a un dibattito critico in cui semmai si potrebbe dire che
si confrontano tante teorie sul genere. È vero però che queste teorie hanno qualcosa in
cumune, che non è la volontà di cancellare la differenza sessuale ma è piuttosto la
rivendicazione della dignità delle minoranze sessuali e la promozione della convivenza tra
le differenze sessuali pensate non soltanto come differenza tra uomini e donne. È dunque
questa promozione della convivenza tra le differenze che la Chiesa sta combattendo come una pericolosa ideologia5, mentre a me pare ideologica e mistificante la campagna contro
                                             
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la teoria del gender, a partire dalle espressioni che in questa campagna vengono usate. Il
carattere critico e pluralistico degli studi di genere è infatti evidente già dal nome con cui si
autodefiniscono: “studi di genere”, appunto, al plurale. Anatrella, le gerarchie
ecclesiastiche e i movimenti tradizionalisti usano invece il singolare “teoria”, e così
compattano quello che in realtà è un ampio dibattito critico e una ricerca aperta in una
teoria unitaria e quindi in una ideologia unitaria intesa in senso forte: in una ideologia
coesa e chiusa alla critica che a loro avviso falsicherebbe la realtà, mentre sono loro a
falsificare la realtà di questi studi! Un’altra mossa retorica è l’uso del termine inglese
“gender” nella strana espressione “teoria (italiano) del gender (inglese)”. “Gender” ha una
sua traduzione italiana: “genere”. E quei saperi accademici che nei paesi anglofoni si
chiamano “gender studies”, nelle università italiane si chiamano “studi di genere”, non
“studi di gender”! Ma l’uso di un termine straniero suscita confusione ed incertezza, ed
evoca fantasmi di imperialismo culturale: come se dagli Stati Uniti la pericolosa ideologia
del gender volesse cancellare le nobili tradizioni cristiane della vecchia Europa… Anche
questa è una mistificazione. Questi studi esistono anche in Europa e in Italia, si potrebbe
anzi dire hanno avuto origine nella filosofia europea, e si chiamano “studi di genere”.


2. Che cosa significa “genere”? Dagli anni cinquanta del Novecento il concetto è di uso comune nella psicologia,
nella medicina, nella sociologia, negli studi storici, giuridici, filosofici, letterari. La sua
origine è medico-psicologica: il genere è una delle tre componenti dell’identità sessuale.
Le altre due componenti sono il sesso e l’orientamento sessuale. Il sesso è la componente
fisica, biologica della sessualità, ed è a sua volta la somma di differenti fattori: la
                                                                                                                                                         
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conformazione dei genitali esterni e interni, la conformazione del resto del corpo, le
gonadi, gli ormoni, i cromosomi sessuali. L’orientamento sessuale è la direzione
prevalente del desiderio, che può rivolgersi verso persone del sesso opposto e dello
stesso sesso o a entrambe. Il genere, che è il concetto che qui ci interessa di più, è invece
la componente psicologica dell’identità sessuale, o meglio la componente socio
psicologica. Il genere non ha quindi a che vedere esclusivamente con il corpo, ma anche
con il senso di sé di un soggetto: sentirsi maschio o sentirsi femmina a seconda di ciò che
si intende appropriato a un maschio o a una femmina nella cultura a cui si appartiene.
Nella maggior parte dei casi le persone che biologicamente sono maschi (sesso) hanno
un’identità di genere maschile e comportamenti che rientrano nei canoni culturali della
mascolinità. Nella maggior parte dei casi le persone che biologicamente sono femmine
(sesso) hanno un’identità di genere femminile e comportamenti che rientrano nei canoni
culturali della femminilità. In una minoranza di casi, invece, le persone possono avere una
identità di genere diversa dal sesso di nascita (persone transessuali o transgender FTM o
MTF) oppure possono manifestare alcuni comportamenti non perfettamente allineati ai
canoni culturali del genere: l’attrazione per persone dello stesso sesso è un esempio di ciò
che non si confà al genere maschile e femminile tradizionalmente intesi, ma è non è
l’unico esempio, e vorrei farne altri. A scuola, per rimanere nel contesto che oggi è al
centro del dibattito, alcuni bambini o ragazzi possono venire percepiti come effeminati
perché si abbigliano o si atteggiano in modo atipico, o perché si dedicano ad attività e a
giochi percepiti come femminili. E alcune bambine e ragazze possono venir percepite
come mascoline perché si abbigliano o si atteggiano in modo atipico, o perché si dedicano
ad attività e a giochi tradizionalmente maschili. Alcuni di questi bambini effeminati
potranno in seguito sviluppare un’identità femminile, alcuni potranno sviluppare un
desiderio omosessuale, altri no. E lo stesso vale per le bambine mascoline. Ma il punto è
che nelle nostre scuole i bambini che non hanno un comportamento di genere conforme
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agli standard sociali della mascolinità e femminilità vengono derisi, presi in giro,
malmenati, bullizzati. Particolarmente grave è attualmente il fenomeno del cyber-bullismo:
colpire un ragazzo o una ragazza attaverso un bombardamento di insulti su pagine web,
mailing lists, facebook o What’s up, che diventano strumenti micidiali quando sono usati
con queste finalità.
Credo ricorderete tutti il caso di Andrea, il ragazzo romano che la cronaca ha
presentato come il ragazzo dai pantaloni rosa. Non so se fosse omosessuale o
transgender: nessuno può saperlo perché lui non ne ha mai parlato a nessuno, né agli
amici né ai genitori, né agli insegnanti. I genitori si sono affrettati a dire che era innamorato
di una ragazza, come per salvaguardarne la memoria dall’onta dell’omosessualità. Ma il
punto non è interrogarsi sul suo orientamento sessuale. Il punto è che gli piaceva
indossare il rosa e mettere lo smalto protettivo sulle unghie, che aveva comportamenti
effeminati, e che per questo veniva bullizzato dai compagni, di persona e su facebook.
Anche di questo non ha mai avuto il coraggio di parlare ai genitori, anche per questo non è
mai riuscito a chiedere aiuto agli insegnanti. La vergogna era troppa. La pressione insopportabile. Nel novembre 2012 Andrea si è impiccato. Aveva 15 anni
.
Questa triste storia ci permette di comprendere qual è l’approccio al genere tipico
degli studi di genere: per questi studi il genere non è soltanto la componente
sociopsicologica della sessualità. Per questi studi il genere è anche e soprattutto una
norma, e una norma particolarmente feroce che prevede efferate sanzioni sociali per chi la
trasgredisce. Questo ci conduce alla terza domanda.


 
                                                6 Le statistiche affermano che un gran numero dei suicidi in età adolescenziale, anche quelli che non salgono agli onori delle cronache, li commettono ragazzi e ragazze che vengono derisi e bullizzati per la loro non totale conformità di genere. Presso questi ragazzi il tasso di suicidio è sei o sette volte più alto rispetto a quelli che hanno comportamenti di genere conformi agli standard.
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Che cosa sono gli studi di genere (o gender studies)? Gli studi di genere sono uno sviluppo degli studi femministi che indagano e
problematizzano le norme di genere. Si tratta di un ampio settore di ricerche plurali,
interdisciplinari, di un dibattito tra voci differenti, spesso discordanti, che però concordano
su un fatto evidente: che le norme di genere, ciò che una società e una cultura ritiene
appropriato per essere pienamente uomini o pienamente donne, variano nelle culture e nella storia. Negli anni sessanta e settanta è stata la teoria femminista a utilizzare il
concetto di genere per denaturalizzare la subordinazione delle donne agli uomini. O
meglio, il concetto di genere era già presente nella teoria femminista ben prima che il
termine “genere” si diffondesse nei saperi accademici a partire dall’ambito medico. Già in
quello studio capitale che è Il secondo sesso, uscito in Francia nel 1949, Simone de
Beauvoir sosteneva che “donne non si nasce, donne si diventa”. Intendendo con questo
che l’identità femminile tradizionale non deriva soltanto dalle caratteristiche del corpo
femminile, ma anche e soprattutto dall’educazione che viene tradizionalmente impartita
alle donne, dalle deprivazioni che vengono loro imposte da quelle che oggi abbiamo
imparato a chiamare norme di genere. A chi sosteneva che la subordinazione delle donne
agli uomini e addirittura la violenza degli uomini sulle donne fosse naturale, le femministe
rispondevano e ancora rispondono che invece si tratta di fenomeni culturali: che si tratta
appunto di norme di genere – che come tutte le norme possono essere contestate,
riformate o abolite.  E oggi non possiamo che dar loro ragione: è evidente che dagli anni
cinquanta a oggi in Italia, grazie al femminismo, l’interpretazione della femminilità è
cambiata parecchio. Ad esempio il femminicidio, cioè la violenza di genere, che una volta
era tollerata come omicidio passionale oggi ci risulta, e per fortuna, intollerabile.
                                                7 È evidente ad esempio che le nostre nonne e le nostre bisnonne praticavano la propria femminilità seguendo canoni ben diversi da quelli che seguono le nostre figlie. Oppure: tutti sappiamo che in Scozia il kilt viene indossato tradizionalmente dagli uomini, mentre da noi la gonna – anche se in tessuto scozzese – è un indumento esclusivamente femminile.



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Parallelamente e contemporaneamente al femminismo, la critica delle norme di
genere è stata assunta dal pensiero lesbofemminista, gay, transgender. Dagli anni
sessanta, ma in realtà già da ben prima, le donne lesbiche, gli uomini gay, le persone
bisessuali, transgender, intersex si sono riunite in movimenti che denunciano la violenza
omobitransfobica e che affermano la piena dignità umana di chi appartiene alle minoranze
sessuali. Quando queste soggettività hanno preso la parola nelle università, hanno
elaborato studi di genere che mettono in luce come nelle società tradizionali le norme di
genere siano ordinate da una norma fondamentale: l’eterosessualità obbligatoria. Questa
norma non si limita a prescrivere la subordinazione delle donne agli uomini, ma definisce
le donne attraverso la loro subordinazione agli uomini nel rapporto eterosessuale e
definisce gli uomini attraverso la loro superiorità sulle donne nel rapporto eterosessuale.
L’eterosessualità obbligatoria rende quindi invisibili e invivibili le esistenze delle donne
lesbiche, degli uomini gay e delle persone transgender – che non conformandosi agli
standard della mascolinità e della femminilità si ritrovano ad essere non pienamente
donne o uomini, e quindi non pienamente umani. Espressione di eterosessualità
obbligatoria è ad esempio il senso comune secondo cui soltanto la sessualità
eterosessuale sarebbe naturale perché riproduttiva, mentre l’omosessualità sarebbe
innaturale o perversa. Il nome più illustre, sempre citato anche nelle conferenze anti
gender, è quello della filosofa statunitense Judith Butler, autrice di due saggi fondamentali
tradotti in Italiano con il titoli Questione di genere (1990) e Fare e disfare il genere (2004).
In questi saggi Butler contesta la norma dell’eterosessualità obbligatoria, non certo
l’eterosessualità come espressione del desiderio, e suggerisce la possibilità di resistere a
questa norma, di sovvertirla per rendere vivibili e umane le vite delle minoranze sessuali. Il
verbo che utilizza Butler è “to displace”: l’eterosessualità obbligatoria e le identità
tradizionali che essa produce per Butler possono essere dislocate, cioè gradualmente

riformulate, attraverso una proliferazione dei generi, delle relazioni sessuali e affettive, dei
legami di parentela.


Mi sembra quinti evidente che su questi punti il conflitto tra gli studi di genere con la
dottrina della Chiesa cattolica, come ho detto fin dall’inizio, c’è ed è lampante. (Non è il
frutto di un fraintendimento, come sostiene Marzano). Gli studi di genere sono studi laici,
sospendono il giudizio sull’esistenza di Dio e sulla sua funzione creatrice, negano che il
matrimonio eterosessuale sia naturalmente superiore ad altre forme di unione affettiva.
Però in questo conflitto c’è chi sta giocando in modo disonesto, ideologico nel senso
detrattivo del termine, presentando gli studi di genere in modo caricaturale, come una
ideologia che vuole cancellare la differenza sessuale tra uomini e donne. Gli studi di
genere affermano e rivendicano semmai la possibilità di essere uomini e donne al di fuori
dalle norme di genere tradizionali dettate dall’eterosessualità obbligatoria, e quindi anche
di elaborare delle identità, come le identità transgender, che si situano tra il maschile e il
femminile. Il che è ben diverso dal voler imporre a tutti di disfarsi della propria identità di
genere o dei propri legami relazionali e familiari.
Difendere il diritto delle lesbiche e dei gay al matrimonio, per esempio, non significa
in alcun modo ledere il diritto al matrimonio degli uomini e delle donne eterosessuali –
affermarlo, mi pare anzi un’assurdità! Com’è un’assurdità pensare che contrastare il
bullismo omofobico e transfobico nelle scuole equivalga a voler imporre l’omosessualità e
la transessualità a tutti. Le persone omosessuali e transessuali sono sempre esistite,
anche nelle società eterossessiste più omofobe e transofobe, nate da famiglie
eterosessuali che certo non le hanno educate a diventare omosessuali o transessuali!
L’identità sessuale e il desiderio sessuale sono componenti profonde della personalità,
che per la psicologia restano un mistero. Butler sostiene ad esempio che il soggetto è
opaco a se stesso, che non può decidere di sé, e che la sessualità è la dimensione in cui
questa opacità diviene più evidente. Butler sostiene cioè il contratrio di ciò che ha
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affermato Benedetto XVI dicendo che per le filosofie del gender l’uomo vuole sostituirsi a
Dio e farsi da sé.


Per gli studi di genere l’identità sessuale è quindi un mistero, e questo mistero ci
interroga, e ci costringe a rispondere. I programmi educativi che traggono ispirazione dagli
studi di genere sono appunto una risposta, e promuovono una società della tolleranza e
del rispetto in cui possano essere accolti quei ragazzi e quegli adulti che esprimono il
proprio genere in modo non convenzionale. Nessuno di questi programmi vuole cancellare
la differenza sessuale e trasformare i vostri figli in soggetti neutri o indifferenziati! Nessuno
di questi programmi vuole obbligare gli alunni maschi a indossare i pantaloni rosa! Ciò che
si vuole è costruire una scuola e una società in cui i ragazzi che amano indossare
pantaloni rosa si sentano accolti, compresi, protetti. Sta a voi, sta a noi, decidere da che
parte stare nel conflitto in atto: dalla parte di questi programmi educativi antidiscriminatori,
dalla parte di questi ragazzi, che potrebbero essere i nostri figli. Oppure dalla parte dei
loro aguzzini. Come si diceva una volta: tertium non datur.

 Lorenzo Bernini

Ideologia del gender e studi di genere Padova, 23 novembre 2015,
 ciclo di conferenze sul tema “Sesso” organizzate dall’Ufficio di Pastorale della comunicazione della Diocesi di Padova 






http://www.livescience.com/52941-brain-is-mix-male-and-female.html




[LGBTQILo ammetto: ho inaugurato quest’incontro confessando a un’amica di vecchia data lo sconforto e la mia stanchezza su tutta questa polemica del gender (diciamolo, ci sono temi più appassionanti): e non perché abbia perso interesse, anzi, ma alle volte mi sembra di girare a vuoto e di non fare un passo avanti. Sotto questo aspetto, l’incontro con Michela Marzano, venuta a Palermo per presentare il suo nuovo libro, mi ha rigenerato, rimettendomi a posto e dandomi nuova linfa e soprattutto ricordandomi che il militante sta dove si combattono le battaglie, sempre. (Altrimenti è opportunista e insensibile, aggiungo io).

Michela MarzanoDiretta, franca, appassionata, concreta e chiarissima, Michela Marzano è dolce, ma non per questo rinuncia a una peculiare determinazione. Il fulcro del suo lavoro è l’attraversamento di un’esperienza, la sperimentazione del dolore, contro cui ha già senso scrivere: si lavora per scongiurarlo, per mettere ordine laddove c’è il caos, per dare alle cose il nome giusto - e cita Camus - altrimenti non ha senso attivarsi in una determinata direzione. 

L’incontro con Michela Marzano - che insegna Filosofia morale a Parigi - per la presentazione di Papà, mamma e gender ha dunque avuto il merito di chiarire al foltissimo pubblico accorso alla libreriaModusVivendi di Palermo cosa non sia la cosiddetta ideologiagender; quanto sia distante perfino dalla peggiore parodia dei molteplici studi di genere che investono l’accademia dagli anni Sessanta in qua; e come quest’isteria abbia fatto male sia a moltissime persone sia alle cause che si pretende di voler difendere.

Famiglia “tradizionale” e bambini non hanno nulla da temere dal nascere di nuovi nuclei, non c’è nessun attacco, c’è semmai la lotta per garantire ai nuclei affettivi che esistono già e a quelli che si formeranno una maggiore tutela, un’equità di fronte alla legge, nel rispetto delle identità individuali e delle differenze che caratterizzano ciascuno di noi. Michela Marzano insiste sul lessico e sugli errori più comuni, sulla superficialità con la quale si affrontano gli aspetti identitari delle persone. Ma soprattutto la studiosa consegna nelle mani del pubblico in sala uno strumento per chiarirsi le idee e continuare, insieme, questa battaglia contro stereotipi e calunnie.

Chiunque ci sia stato, chiunque l’abbia vista e ascoltata, dirà che Michela Marzano è stata protagonista di un incontro davvero appassionante e utile. Grazie.



Η πιο ζόρικη ρύθμιση ζωής / The Fight For Trans Rights







Στο βιντεοπαιχνίδι της ζωής πόσο προνομιούχο είναι το άβατάρ σου;






Στο βιντεοπαιχνίδι της ζωής, το να είσαι ετεροφυλόφιλος και άντρας σού χαρίζει περισσότερα προνόμια, μικρότερα εμπόδια, λιγότερες δυσκολίες.
Αν η ζωή ήταν βιντεοπαιχνίδι και διαλέγαμε με ποιον χαρακτήρα θα παίξουμε, το άβαταρ με τις περισσότερες ζωές, τις καλύτερες δυνάμεις, ιδιότητες και εφόδια θα ήταν η ρύθμιση «Ετεροφυλόφιλος Άντρας». Στο βιντεοπαιχνίδι της ζωής, το να είσαι ετεροφυλόφιλος και άντρας σού χαρίζει περισσότερα προνόμια, μικρότερα εμπόδια, λιγότερες δυσκολίες.
Oχι ότι οι στρέιτ άντρες δεν αντιμετωπίζουν πολλά προβλήματα, προκλήσεις και ήττες – στο κάτω κάτω, μπορεί να είσαι άντρας και στρέιτ, αλλά ταυτόχρονα να είσαι φτωχός, μαύρος ή ανάπηρος, άρα σίγουρα λιγότερο προνομιούχος από έναν πλούσιο, αρτιμελή εφοπλιστή από μια δυτική χώρα. Ωστόσο, τηρουμένων των αναλογιών, όποιο πρόβλημα και αν αντιμετωπίζει ένας ετεροφυλόφιλος άντρας, βρίσκεται σε πολύ πιο ευνοημένη θέση συγκριτικά με το αν το ίδιο πρόβλημα το αντιμετώπιζε μια ετεροφυλόφιλη γυναίκα ή ένας γκέι άντρας ή γυναίκα, λόγω των θεσμοθετημένων και μη διακρίσεων.
Αν στο βιντεοπαιχνίδι της ζωής μάς άρεσαν τα ζόρικα παιχνίδια και θέλαμε να διαλέξουμε το πιο δύσκολο άβαταρ, τον χαρακτήρα που θα αντιμετωπίσει τις χειρότερες δοκιμασίες, με τα λιγότερα εφόδια και τα περισσότερα εμπόδια, τότε θα επιλέγαμε να είμαστε τρανς.


Το να είσαι τρανς σημαίνει μια συνεχή δοκιμασία. Πράγματα που για τους υπόλοιπους είναι απλούστατες, καθημερινές διαδικασίες, για τους τρανς είναι αγώνας. Π.χ. το να πάω στην τράπεζα και η ταυτότητά μου δείχνει άλλο όνομα και φωτογραφία από το πώς είμαι και αναγκάζομαι να υποστώ περίεργα βλέμματα (στην καλύτερη) ή χλευασμό και επιθέσεις. Τα ίδια όταν πάω να ψηφίσω. Η δυσκολία να νοικιάσω διαμέρισμα. Η δυσκολία να πάω για μια απλή ιατρική εξέταση. Οι καθημερινές προκλήσεις για τα τρανς άτομα είναι αμέτρητες, ενώ εμείς οι υπόλοιποι περνάμε αυτές τις πίστες χωρίς να ιδρώσουμε.
Το να είσαι τρανς σημαίνει ακύρωση της ταυτότητάς σου, μια συνεχή αμφισβήτηση του δικαιώματός σου να ζεις όπως πραγματικά νιώθεις. Καλείσαι να εξηγήσεις γιατί νιώθεις όπως νιώθεις, γιατί κάνεις ή δεν κάνεις αλλαγές στο σώμα σου, γιατί διάλεξες το τάδε όνομα και όχι το άλλο, τι σου συνέβη στα παιδικά σου χρόνια και «έπαθες» αυτό το «κακό». Γενικά, καλείσαι να δώσεις πολλές εξηγήσεις. Και φυσικά, ο καθένας έχει τη γνώμη του και την επιβάλλει ως σωστή, επικαλούμενος αφοριστικά τη «φύση» ή αξιωματικές, αναπόδεικτες θεωρίες.
Το να είσαι τρανς σημαίνει να έχεις να αντιμετωπίσεις τον φόβο, την ταραχή και την επιθετικότητα των άλλων επειδή τους ανακατεύεις τα τακτοποιημένα κουτάκια που έχουν για τα φύλα. Για πολύ κόσμο είναι αδύνατο να διανοηθεί ότι υπάρχεις ή ότι δικαιούσαι να υπάρχεις. Το 2014, δολοφονήθηκαν 226 άτομα στον κόσμο, απλά και μόνο επειδή ήταν τρανς.
Το φύλο μας δεν το επιλέγουμε. Κι όταν λέω φύλο, δεν εννοώ το τι έχουμε ανάμεσα στα πόδια μας (παρότι κι αυτό σε πάρα πολλές περιπτώσεις δεν είναι τελείως ξεκάθαρο, βλ. ίντερσεξ άτομα). Εννοώ το τι αισθανόμαστε ότι είμαστε, αυτό που ονομάζεται ταυτότητα φύλου. Σύμφωνα με σχεδόν όλους τους ειδικούς και τις έρευνες, η ταυτότητα φύλου δημιουργείται ήδη είτε προγεννητικά είτε κατά τα πρώτα ένα-δύο έτη της ζωής. Δεν την επιλέγουμε. Το μόνο που μπορούμε να επιλέξουμε είναι αν θα εκφράσουμε αυτό που ξέρουμε βαθιά μέσα μας για το φύλο μας.Τα περισσότερα τρανς άτομα γνώριζαν ότι το φύλο που τους αποδίδεται κοινωνικά είναι λάθος, ήδη, από τα 3-5 χρόνια τους.


Η τρανσφοβία είναι η πιο βαριά μορφή διακρίσεων και περνά αόρατη, επειδή είναι τόσο συστημική. Δεν θα αναλύσουμε όλους τους λόγους και μηχανισμούς που οι τρανς άνθρωποι προκαλούν φοβικές αντιδράσεις σε πολλούς ανθρώπους. Στόχος του παρόντος άρθρου είναι να ευαισθητοποιηθούμε πως με τα λόγια που λέμε επιδεινώνουμε τις διακρίσεις και την τρανσφοβία, συχνά χωρίς να το παίρνουμε χαμπάρι.
Μπορούμε να βάλουμε όλες/οι μας το λιθαράκι μας στο να μειώσουμε έστω λίγο το καθημερινό βάρος που υφίστανται οι τρανς συνάνθρωποί μας, προσέχοντας πώς αναφερόμαστε σε αυτούς ή ποιες λέξεις περιέχουν βία και ακύρωση.


Ποιο είναι το πραγματικό σου όνομα;
Το πραγματικό όνομα ενός τρανς ατόμου είναι αυτό που έχει επιλέξει εκείνο! Το να ρωτάμε ποιο είναι το όνομα με το οποίο βαφτίστηκε δείχνει ότι θεωρούμε ψεύτικη την ταυτότητα φύλου των τρανς ανθρώπων. Με αυτόν τον τρόπο αρνούμαστε το δικαίωμά τους να παίρνουν αποφάσεις για τη ζωή τους. Είναι βίαιο και προσβλητικό να ρωτάς ένα τρανς άτομο «ποιο είναι το πραγματικό του όνομα».


Τι είναι πραγματικά; Εχει κάνει εγχείριση; Αν δεν έχει κάνει, τότε δεν είναι αληθινός άντρας/γυναίκα
Οπως δεν ρωτάμε κανέναν άνθρωπο για τα γεννητικά του όργανα, έτσι είναι εξαιρετικά προσβλητικό να ρωτάμε ένα τρανς άτομο τι όργανο έχει. Εξάλλου, φύλο δεν είναι μόνο τα γεννητικά μας όργανα, αλλά το πώς νιώθουμε και εκφραζόμαστε. Δεν θέλουν όλα τα τρανς άτομα να κάνουν εγχείριση επαναπροσδιορισμού φύλου κι ούτε είναι απαραίτητο.
Δεν πείθει σαν άντρας/γυναίκα
Τι είναι ένας αληθινός άντρας/γυναίκα; Δεν υπάρχουν στάνταρ κριτήρια σε όλες τις κοινωνίες και τις εποχές. Εξάλλου, δεν επιθυμούν όλοι οι τρανς άντρες να γίνουν στερεοτυπικοί άντρες, ούτε οι τρανς γυναίκες στερεοτυπικές γυναίκες. Το πώς ζούμε και δείχνουμε το φύλο μας είναι κάτι προσωπικό και ρευστό για όλες και όλους μας. Είναι δική μας επιλογή!
Αυτή ή αυτός; Ποιο γένος είναι το σωστό;
Το σωστό γένος για να αναφερόμαστε σε ένα τρανς άτομο είναι το γένος που επιλέγει εκείνο! Αν θέλει να αναφερόμαστε σε αυτόν/αυτήν με το θηλυκό ή το αρσενικό, απλά το σεβόμαστε. Αν δεν μας είναι ξεκάθαρο τι προτιμάει, είναι εντάξει να ρωτήσουμε: «Προτιμάς το αρσενικό ή το θηλυκό γένος όταν μιλάω για σένα;».
Γιατί έκανες φυλομετάβαση αφού είσαι γκέι;
Αλλο ταυτότητα φύλου (ποιο φύλο νιώθουμε ότι είμαστε) και άλλο σεξουαλικός προσανατολισμός (ποιο φύλο μάς έλκει). Τα τρανς άτομα δεν κάνουν φυλομετάβαση επειδή είναι γκέι, αλλά για να ταιριάξει το σώμα τους με το φύλο που ξέρουν ότι είναι. Ετσι, ένας τρανς άντρας μπορεί να έλκεται από άντρες πριν από τη φυλομετάβαση και να συνεχίσει να έλκεται από άντρες και μετά.
Είναι τραβέλι;
Ακόμα και όταν ένα άτομο αυτοπροσδιορίζεται ως τρανσέξουαλ, το να την/τον αποκαλούμε «τραβέλι» είναι εξαιρετικά προσβλητικό. Μπορεί οι τρανσέξουαλ να έχουν επανοικειοποιηθεί αυτή τη λέξη και να τη χρησιμοποιούν, αλλά δεν επιτρέπεται να τη χρησιμοποιούν άλλοι ούτε σαν αστείο. Δεν είναι αστείο!


ένα άρθρο των πρωταγωνιστών

Quando il femminismo diventa omofobo./ Alle femministe della differenza: non consegnate i nostri corpi allo Stato!

 



Il no delle femministe alla gestazione per altri




"Quello che per me è importante, è che tutti coloro che vogliono una famiglia possano avere questa opportunità". Danielle risponde al telefono dall'altro lato dell'oceano mentre prepara le figlie, di 5 e 8 anni, che sta per portare a scuola. Il marito è a lavoro, lei ci andrà subito dopo. Ha 28 anni, una vita normale e ha deciso - 4 anni fa - di fare in modo che una coppia di omosessuali italiani possano averne una simile. Ha portato in grembo per 9 mesi i loro due figli. Il seme è di uno dei due papà, l'ovulo quello di un'altra donna. Lei ha lasciato che glielo impiantassero e ha portato avanti la gravidanza in California, dove vive e dove i due gemellini sono nati. Per la legge di quello Stato sono figli di entrambi i papà, per l'Italia sono i bambini di un single.

Abbiamo raggiunto Danielle grazie all'associazione Famiglie Arcobaleno, i cui iscritti rispettano una carta etica: sono contrari alla "gestazione per altri" quando riguarda donne che vivono in Paesi in cui la loro autodeterminazione può essere compromessa. Nei Paesi del terzo mondo non ci sono regole che tutelino, in casi come questo, la salute delle donne. In Canada o negli Stati Uniti invece le donne che hanno accesso alla gpa devono essere state già madri e non devono essere in condizioni econimiche tali da poter pensare che a muoverle sia il bisogno.

Quando ha portato avanti la "gestazione per altri" per i due papà italiani? E perché ha scelto di farlo?
"Nel 2011, 4 anni fa. Un'esperienza che ho scelto perché ho sempre pensato che tutti debbano avere la possibilità di formare una famiglia se lo desiderano ".

Era già madre?
"Avevo già le mie due figlie, che oggi hanno 8 e 5 anni".

Come si è avvicinata a questa scelta? Ha conosciuto persone che non potevano avere figli, è venuta a contatto con qualche associazione?
"Volevo essere una "mamma surrogata" perché mia madre lo aveva desiderato senza averne la possibilità. È una cosa di cui in famiglia abbiamo sempre parlato molto e quando ho avuto dei bambini miei ho pensato che sarebbe stato bellissimo poterlo consentire ad altri".

Ha contattato un'associazione?
"Ho fatto da sola tutte le mie ricerche. Ho trovato un'agenzia di surrogacy qui in California e loro mi hanno fatto conoscere coppie che volevano un bambino. Ho scelto i due papà italiani perché ho capito da subito che mi avrebbero consentito di seguire la crescita della loro famiglia".

Siete in contatto?
"Certo che lo siamo. L'anno scorso sono stata a trovarli in Italia insiem e a mia madre e a mia nonna, hanno conosciuto i bambini e abbiamo passato del tempo insieme".

Li ha portati in grembo per 9 mesi, li ha partoriti. Sente di essere la loro madre?
"No. Mi sento come una "zia"
( lo dice in italiano, ndr) molto molto speciale . Non hanno bisogno di avermi come madre perché hanno due papà meravigliosi ".

Conosceva prima la coppia che ha scelto?
"Io e mio marito li abbiamo conosciuti prima, sì".

Suo marito è stato d'accordo fin da subito con la surrogacy o aveva delle perplessità?
"Assolutamente no, nessun dubbio. Ha sostenuto la mia scelta fortemente fin dall'inizio. E ha un buonissimo rapporto con i genitori dei bambini".

È stata pagata?
"Sì, c'è stato un pagamento. È una cosa molto comune".

C'era un contratto preciso che la garantiva, che sanciva diritti e doveri di entrambi le parti?
"Sì, c'è un contratto".

Era prevista la possibilità di cambiare idea in qualsiasi momento oppure no?
"Sì, c'è la possibilità di cambiare idea, ma non c'è stato un solo momento in cui io abbia pensato di farlo"

Posso chiederle quanto ha ricevuto?
"22mila dollari americani".

Lei ha già due bimbe e due "nipotini" italiani. È un'esperienza che farebbe di nuovo?
"L'ho fatto una seconda volta per una coppia eterosessuale, per una mamma e un papà".

Le sue bambine hanno vissuto con lei le altre gravidanze. L'hanno vista con la pancia, in ospedale. Sanno tutto degli altri bambini?
"Certo, li conoscono. Skype è un grande aiuto per restare in contatto, ci chiamiamo e vediamo molto molto spesso. Le mie figlie adorano quei ragazzi italiani. Hanno legato da subito con i loro papà e vogliono bene ai bambini".

Quando li portava in grembo cosa provava per quei bambini? Come li considerava?
"Avevo certamente un legame profondo con i bambini mentre erano nella mia pancia, ma ho sempre avuto la piena consapevolezza del fatto che avevano altri due genitori".

La gravidanza è un periodo che chi lo ha vissuto descrive come bellissimo, ma faticoso. Lei lo ha attraversato due volte per altre persone. Lo farebbe ancora?
"Condivido quel che dice. La gravidanza è molto molto faticosa e lo è anche il parto. Adesso io lavoro, sto crescendo le mie figlie, ma penso che potrei fare una terza surrogacy".

Dove lavora?
"In un call center".

Al momento del parto, nel 2011, c'erano i papà dei bambini?
"Sono venuti da noi in California tre settimane prima. Abbiamo vissuto insieme gli ultimi momenti della gravidanza condividendo molte cose. Quando li ho visti giocare con le mie figlie, ho capito che tra noi sarebbe andato tutto bene. In ospedale c'erano loro, mio marito, mia madre: una famiglia parecchio allargata".

http://www.repubblica.it/cronaca/2015/12/05/news/_ho_affittato_il_mio_utero_a_una_coppia_di_gay_italiani_mi_hanno_pagato_20mila_euro_e_vi_dico_perche_non_mi_pento_-128844873/
 
Neil-Patrick-Harris-e-la-sua-famiglia
Neil Patrick Harris e il marito David Burtka con le loro due figlie
Mentre sembra che tutto taccia, in realtà la discussione sui diritti per le coppie omosessuali si sta sempre più spostando su un altro fronte: quello legato alla maternità surrogata. Fermo restando che alla gestazione per altri accedono soprattuto le coppie eterosessuali, al no da parte dei gruppi cattolici integralisti si va ad aggiungere quello delle femministe, francesi e italiane. Come riportato dalla 27esima ora del Corriere, il 2 febbraio 2016 in Francia si terrà un convegno per l’Abolizione universale della maternità surrogata, alla quale parteciperanno ricercatori, parlamentari francesi ed europei, associazioni femministe.
La promotrice è  Sylviane Agacinski, storica femminista francese contraria alle pratiche di fecondazione assistita, ree di sfruttare il corpo delle donne: «Non abbiamo a che fare con gesti individuali motivati dall’altruismo, ma con un mercato procreativo globalizzato nel quale i ventri sono affittati. È stupefacente, e contrario ai diritti della persona e al rispetto del suo corpo, il fatto che si osi trattare una donna come un mezzo di produzione di bambini». La Agacinski fa riferimento a quei paesi, come l’India o il Nepal, dove le donne vengono “comprate” per partorire bambini che saranno affidati ad altre coppie, coppie che quasi sempre provengono dai paesi ricchi.
Al coro delle femministe francesi si è aggiunto quello delle italiane. In principio fu Luisa Muraroche definì le coppie gay «naturalmente e ovviamente sterili», accusando gli uomini gay di voler usurpare alle donne il dono della maternità. Poi, lo scorso 22 novembre alla Casa delle Donne di Roma si è tenuto un incontro al quale hanno partecipato voci storiche del femminismo italiano, insieme ad alcuni esponenti di associazioni LGBT, come Aurelio Mancuso, le cui idee in merito alla gpa le conosciamo bene.
Una delle posizioni più tranchant delle femministe riunitesi alla Casa delle Donne è quella di Paola Tavella: «Le donne e gli uomini di fronte alla procreazione non sono sullo stesso piano. Non possiamo organizzare scientificamente di fare nascere un figlio senza madre, che non avrà mai una madre». Queste parole non vi ricordano per caso quelle di un certo Mario Adinolfi che per attaccare le coppie omosessuali ha scritto un libro il cui titolo è (casualmente) “Voglio la mamma”?

Claudio Rossi Marcelli col marito, Manlio Sanna, le figlie e le due madri surrogate.
È un paradosso. Le donne, che in passato hanno lottato per una società più giusta, per una società in cui le donne avessero egual voce ed egual spazio rispetto agli uomini, sono diventate, senza neanche rendersene conto, omofobe. Se teniamo conto che le posizioni di ArciLesbica non sono così dissimili da quelle delle femministe qui citate, con l’unica differenza che loro sostengono la gpa solo se esclusivamente volontaria e senza nessun scambio economico, dobbiamo ammettere che siamo di fronte ad un corto circuito che non ci porterà da nessuna parte.
Il punto è che nessuno può vietare o mettere in discussione il desiderio di genitorialità di una persona.La genitorialità è un diritto. E come tale va regolata. Queste regole sono necessarie per evitare abusi, violazioni, sfruttamenti, ma non devono in nessun modo – come invece vorrebbero certe femministe – discriminare le coppie in base al genere, perché in quel caso non solo sarebbero regole ingiuste, ma fondate su un principio illogico. Qualsiasi coppia che fa uso di pratiche mediche per procreare è una coppia “sterile” – che essa sia gay, lesbica o etero, che si tratti di fecondazione assistita o gestazione per altri. Il dibattito, infatti, non dovrebbe ruotare attorno al genere che compone la coppia, ma attorno a un cambiamento epocale: in quello che fino a qualche decennio fa veniva considerato naturale – il concepimento, la gestazione e il parto – è intervenuta la scienza. Ed è un cambiamento che riguarda tutti.
Come se non bastasse, tutto questo discorrere non tiene conto di un altro aspetto significativo: l’impossibilità per single e coppie dello stesso sesso di adottare. Allora, anziché fossilizzarsi su discorsi vecchi e stravecchi, che ancora legano la genitorialità alla biologia, che ancora ricalcano il modello binario uomo/padre donna/madre, perché non ci si siede a un tavolo e non si prova a discutere di cosa vuol dire essere genitori, e genitori omosessuali, nel ventunesimo secolo?
Infine, vorrei che certe femministe, quando si parla di diritti delle persone omosessuali, la smettessero di descrivere gli uomini come sfruttatori del corpo delle donne. Non vi è nessun nesso logico tra il desiderio di genitorialità di una coppia gay e lo sfruttamento delle donne. È vero, tanti – etero e gay – si rivolgono a quei paesi dove la leva per le gestanti è la povertà, ma è altrettanto vero che tantissime coppie scelgono l’America o il Canada, dove le gestanti (che non hanno nessun legame biologico diretto col bambino che portano in grembo) sono perfettamente tutelate.
Perché queste femministe, anziché tuonare contro il maschio usurpatore, non chiedono alle donne canadesi, americane, svedesi e di altri paesi del nord Europa, perché portano avanti- con o senza compenso economico – una gravidanza per altri? Perché si punta il dito contro il presunto maschio (in questo caso gay) e non si dà voce, invece, alle donne che scelgono di essere madri surrogate? La risposta la affido alle bellissime parole di Chiara Lalli che, nel suo articolo su ArciLesbica, scrive: «La presunzione di parlare in nome di tutte le donne è pericolosa e miope. E la volontà di difendere le persone dalle loro stesse scelte è paternalistica e anche un po’ ridicola. La condanna della scelta di portare avanti la gravidanza per qualcun altro sembra alimentarsi anche di convinzioni stereotipate secondo cui le donne sono fragili e materne, e non possono che volersi tenere quella creatura che per nove mesi hanno tenuto nel proprio utero. Non possono che seguire strade predisegnate. Ovvero, l’utero è mio ma decidi tu cosa devo farne».







Alle femministe della differenza: non consegnate i nostri corpi allo Stato!


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È arrivata l’era del femminismo proibizionista. Le femministe della differenza si riuniscono in Italia per ribadire gli stessi concetti di sempre. Donna e uomo sono diversi per natura. Quando si parla di figli bisogna pensare innanzi tutto al “primato della maternità”. È prioritario pensare al ruolo materno perché è lei che gestisce, respira e nutre il figlio per nove mesi, così da un lato temono che la donna possa essere considerata una macchina per fare figli, cosa che non piace neanche a me intendiamoci, e dall’altro però negano al padre qualunque tipo di relazione, affinità, empatia, semplicemente perché di lui si parla come un donatore di seme che non può pretendere altro se non la concessione, da parte della madre, di poter stare con il figlio quando lo dice lei.
Le femministe della differenza partono dall’assunto che se sei donna e non puoi fare figli non puoi ricorrere neppure alla procreazione medicalmente assistita. Sei semplicemente sterile così come lo sono gli uomini che ora pretendono perfino di poter crescere i figli da soli. Che grave misfatto, che bestemmia, contro quella madonna che tutto merita perché madre, partoriente, essere superiore perché crea la vita. Mi fermo un attimo per dire che sto semplicemente ripetendo frasi lette qui e là che a me fanno inorridire. In quanto avente utero non mi sono mai considerata fattrice di primati, non merito premi, non credo che io sia superiore a nessuno e penso che regalare sacralità alla donna e al suo utero faccia il gioco della cultura patriarcale che non vede l’ora di ridurci a questo. Donne che fanno figli e se ne prendono cura mentre gli uomini andranno a zappare.

Che altro dicono queste femministe? Si esprimono con favore nei confronti delle campagne catto/fasciste contro le unioni gay, le adozioni per coppie gay, prendendo a pretesto l’utero in affitto – e parlo dei catto/fasci – così come farebbe la peggior specie di banda politica che pratica pinkwashing per sdoganare omofobia. Io so che le motivazioni delle femministe sono completamente diverse e non le chiamo omofobe perché non la pensano come me ma devo pur ricordare loro che stanno sul serio spalancando le porte alla mentalità più reazionaria e omofoba che ci sia. Leggendo alcuni interventi colgo di sicuro la complessità della questione e posso certamente condividere alcune preoccupazioni, ma il punto è che gli interventi paternalisti di quelle che vorrebbero imporre alle altre il proprio punto di vista e la propria idea di libertà sono roba anacronistica. Mi pare di rivivere discussioni di tanti anni fa. Questo è il femminismo di una storia politica che non lascia spazio al futuro, che teme la tecnologia e la scienza così come fa la Chiesa. È il femminismo che si preoccupa di organizzare un incontro nazionale, con la presenza delle “femministe storiche”, qualunque cosa voglia dire, a Roma il 22 novembre ed una iniziativa nazionale, che credo avverrà in febbraio, per parlare di corpi che non ci appartengono. Corpi sociali, corpi di Stato, consegnati alle istituzioni che avranno il compito di limitare la nostra libertà decisionale. E siamo ancora l’unica nazione in cui le femministe esortano i patriarchi a prenderci in consegna per toglierci la possibilità di “farci male”.

Ho spesso parlato di femminismo che infantilizza le donne ed è in fondo questo quello che emerge da tante riflessioni e interventi letti e sentiti negli ultimi mesi. Mi pare che l’infantilizzazione delle donne sia la priorità per le femministe della differenza, che stanno come sempre al seguito delle madrine francesi assai deludenti soprattutto perché abolizioniste della prostituzione, proibizioniste, neocolonialiste, ché il velo no, la prostituzione no, la surrogacy no, perché il corpo è mio ma non è mio, come direbbe la Dominijanni, perché la priorità è salvare le donne da se stesse, fermarle prima che compiano scelte irreversibili e segnino il destino di tutte le donne, come se io, domani, obbligassi tutte loro a vendere servizi sessuali, a indossare il velo e a mettere in vendita quel che genera il loro utero.
La donna sterile perché mai dovrebbe avere figli? E lì si trae la distanza tra donne superiori e donne che non servono a niente, recitando il mantra stereotipato e copiato da non so quale fonte conservatrice. L’uomo è per natura sterile e bisogna riaffermare la differenza perché, secondo Terragni, altrimenti si realizza la scomparsa della donna. Basta con teorie queer e dall’altro lato fanno eco quelli che “basta con il gender”. Mi chiedo se prima o poi leggerò di proposte femministe in relazione a classi scolastiche divise per genere. Riprenderemo a fare corsi di economia domestica separandoli da quelli di meccanica? Ma se anche volessi credere alla teoria della differenza, che per inciso giudico esattamente speculare e opposta alla teoria maschilista, vorrei capire chi dice che la donna deve essere corrispondente solo a un modello unico? Chi dice che io, diversa da un uomo ma diversa anche da tante donne, non voglia vendere servizi sessuali, indossare il velo, prestare il mio utero per fare dono di un figlio ad una coppia gay? Se io non obbligo nessuno a scegliere quello che voglio fare io, allora, perché mai devo subire divieti da parte di chi, sostanzialmente, pensa che l’unica idea di libertà possibile corrisponda alla loro?

Oltretutto io continuo a non capire questo fiorire di donne contro il neoliberismo che all’alto della loro condizione borghese dicono a noi precarie che non dobbiamo lasciarci mercificare perché altrimenti chissà cosa succede. Come se ogni persona possibile non lavorasse per vivere, mettendo in gioco corpi, menti, braccia, cuore. Mi chiedo cosa voglia dire esattamente tutto questo loro parlare di neoliberismo perché per quello che mi riguarda io assegno lo stesso valore di impiego alle donne qualunque lavoro vogliano svolgere. Vietare alcuni modi di guadagnare a donne che vogliono, per esempio, vendere servizi sessuali, significa comunque stigmatizzarle. Dico di più: non c’è servizio più grande reso al capitalismo che quello di sganciare il tema dello sfruttamento dei corpi femminili da quello più ampio dello sfruttamento dei corpi tutti, perché, a prescindere dal fatto che sia necessario contestualizzare le varie differenze con una lettura di genere, quello che si finisce per fare è scindere le rivendicazioni che parlano di sfruttamento sul corpo femminile da ogni tipo di rivendicazione che riguardi lo sfruttamento di tutte le persone che svolgono lavori di qualunque genere. Non è un caso se la richiesta di regolarizzazione del sex working viene ignorata o demonizzata mentre si impongono censure e scelte moraliste e proibizioniste che sono lesive della autodeterminazione di ciascun@. Non è un caso: perché è più semplice colludere con logiche di mercato liberiste, che rifiutano a priori l’idea che per fermare lo sfruttamento di ogni persona debbano essere ridiscusse le regole, contratti, tutto quel che riguarda il diritto del lavoro, affinché ogni lavoratore e lavoratrice possa meglio gestire la propria professione senza che mai nessuno sia sfruttato.

 Non è un caso: perché altrimenti non potrebbero, così come fanno, dire di essere contrarie allo sfruttamento delle donne quando si parla di prostituzione e poi restare in silenzio quando vengono approvate riforme del lavoro in cui sostanzialmente si dice che grazie a contratti precari, senza garanzie, in violazione di tutti i tuoi diritti, puoi essere sfruttata come lavoratrice nello svolgimento di qualunque altra mansione. Non è un caso: perché altrimenti non potrebbero farti digerire la teoria secondo la quale tu, moglie e madre, sul cui lavoro di cura si regge tutto il welfare dello Stato, non sei mica sfruttata, ma no, e figuriamoci, invece saresti strafelice di farti sfruttare gratis per ammortizzare carenze istituzionali ed economiche.
Questo interesse rivolto ai corpi delle donne, e non ai corpi di tutte le persone a prescindere dal genere nel quale ci riconosciamo, a cosa ci porta? Com’è possibile che le femministe della differenza non ripensino alle conseguenze dei loro ragionamenti? Sulla base della nostra differenza per “natura” dobbiamo rimanere a casa? Svolgere ruoli di cura? Assegnare agli uomini solo obblighi di mantenimento del nucleo familiare? Perché mentre a voi sembra di parlare di futuro, con le vostre norme etiche e la vostra morale, a me pare che parliate di un passato che non ha più niente a che fare con quello che siamo noi, donne, femministe, persone che parlano un altro linguaggio e che danno importanza al concetto di autodeterminazione.
D’altronde siete voi che avete lottato per concedermi il diritto di dire che il corpo è mio e lo gestisco io. Che succede adesso? Siamo uscite troppo dai binari e volete ricondurci all’ovile? Perché oggi ci dite che quel corpo che ritenevamo nostro non ci appartiene più?

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